Quanti morti dovremo ancora contare nel Canale di Sicilia prima che il governo italiano capisca che la campagna elettorale è finita e che è arrivata l’ora di affrontare seriamente un tema epocale come quello delle migrazioni? Forse tanti, troppi ancora. E parliamo delle vittime conosciute, quelle che il mare del Canale di Sicilia restituisce, non delle centinaia e centinaia di morti dei «naufragi silenziosi» (così li chiama l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati), vittime che non hanno neppure diritto ad essere definite tali. I pescatori di Mazara del Vallo, di Porto Palo o della marineria di Lampedusa, ti raccontano dei cadaveri che si impigliano nelle reti, di pezzi di corpi pescati insieme ai pesci. È questo il lugubre scenario del Canale di Sicilia, un cimitero d’acqua. Partono dalla Tunisia e dalla Libia. Anche l’ultima terribile tragedia ci racconta che la carretta affondata nel mare tra l’Africa e l’Europa aveva lasciato gli ormeggi nel porto di Al Zwara. Una sorta di Tortuga senza legge nella mani dei nuovi pirati, gli scafisti, la mafia dei trafficanti di carne umana. Decine di reportage di giornalisti italiani, libri, e soprattutto informative dei nostri servizi segreti, hanno dimostrato che quel porto è terra di nessuno. Ed è singolare che tutto questo accada nella Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista (La Libia), uno stato di polizia, dove esercito e milizie del colonnello Gheddafi hanno un controllo ferreo del territorio.
Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=76352